| I fitoestrogeni
nella menopausa
La menopausa è un periodo della vita della donna che va
vissuto con serenità e ottimismo. Le piante e in particolare
i composti ad azione fitoestrogenica presenti in esse
possono aiutare la donna a ritrovare il proprio equilibrio
psicofisico in questo fisiologico periodo della vita
del Prof. Vincenzo Aloisantoni, Prof. Ugo Cavicchia e della Dott.ssa Noemi Gugliotti
IL CLIMATERIO RAPPRESENTA UNA FASE di transizione
della vita femminile in cui la capacità
riproduttiva diminuisce progressivamente
fino a scomparire.
Alcune donne mostrano in questo periodo
alterazioni dell’equilibrio psico-emotivo e
neurovegetativo che si traducono in affaticabilità,
irritabilità, cefalea, vampate di calore
e nelle note manifestazioni a carico dei
diversi apparati dell’organismo.
Per anni i dati della letteratura sono stati
concordi nel ritenere la terapia estrogenica
“sostitutiva” come quella da consigliare alla
maggioranza delle donne in menopausa
nonostante i risaputi effetti collaterali. Attualmente
studi effettuati sui poteri fitoestrogenici
di alcune piante dimostrano come
la natura stessa possa avvicendare la terapia
estro-progestinica sostitutiva.
Fra le piante che possiedono un’azione fitoestrogenica
si annovera l’Agnocasto [Vitex
agnus-castus], la parte della pianta utilizzata
come droga [frutti] contiene olio etereo,
alcaloidi, flavonoidi e iridoidi. La sperimentazione
preclinica in vitro e in vivo ha
evidenziato che la droga incrementa la secrezione
di LH e deprime quella della PRL
[prolattina], ma non è stata in grado di individuare
i principi che si rendono responsabili
di questi effetti. Mentre la ridotta secrezione
di PRL può essere razionalmente
ricondotta alla minore attività estrogenica
derivante dall’incremento di LH, le modalità
di questo incremento restano ancora del tutto sconosciute. La sperimentazione
preclinica in vivo ha evidenziato che la
maggiore attività progestinica promossa
dall’incremento di LH può migliorare il trofismo
osseo, ma a dosi elevate non compatibili
con l’impiego clinico.
Il meccanismo d’azione giustifica l’utilizzo
dell’agnocasto, oltre che nelle iperprolattinemie
e nelle sindromi premestruali, anche
nell’iperestrinismo che si accompagna alla
premenopausa e costituisce un importante
fattore di rischio carcinogenetico.
La vasta letteratura qualificata, mentre
conferma l’efficacia della droga in queste
indicazioni, non segnala effetti tossici nella
terapia a breve e lungo termine alle dosi
consigliate [40 mg/die].
Per le sue caratteristiche l’Agnocasto è stato
registrato come specialità medicinale in
Germania.
Altra alternativa naturale agli estrogeni è
costituita dalla Cimicifuga [Actaea racemosa],
la parte della pianta utilizzata come
droga [rizoma] contiene glicosidi triterpenici,
alcaloidi, isoflavoni [formononetina],
tannini ed acido salicilico. La sperimentazione
preclinica in vitro ed in vivo ha evidenziato
che la droga deprime la sintesi di
LH, ma non è stata in grado di individuare
i principi attivi responsabili di questo effetto
né le modalità con le quali si realizza.
A tal proposito è stato ipotizzato che la cimicifuga
provocherebbe una depressione
del tono noradrenergico ipotalamico, che a
sua volta si renderebbe responsabile di un
minore rilascio di LHRH e quindi di una ridotta
sintesi di LH.
La diminuzione della sintesi di LH e la conseguente
maggiore attività estrogenica giustifica
l’impiego della cimicifuga nel controllo
delle turbe del climaterio, la durata
della terapia e le controindicazioni.
Numerose indagini cliniche controllate
hanno evidenziato che la Cimicifuga riduce
in modo significativo le vampate di calore
e le sudorazioni che, com’è noto, sono
correlate ai picchi secretivi di LH, le turbe
neurovegetative e la secchezza vaginale con
le relative manifestazioni associate. La
maggiore attività estrogenica preclude
l’impiego della droga nelle sindromi climateriche
accompagnate da iperestrinismo e
ne limita la durata di impiego per evitarne
l’insorgenza.
La vasta letteratura non segnala effetti tossici riconducibili alla droga con le dosi raccomandate
[40mg/die] e per una durata del
trattamento non superiore ai 6 mesi.
Decisamente la pianta più conosciuta per le
proprietà fitoestrogeniche è la Soia [Glycine
max], che costituisce l’alimento base
delle popolazioni asiatiche. Essa contiene
nei semi proteine, lipidi, glucidi, vitamine,
minerali, saponine ed isoflavoni che ne sono
i principi farmacologicamente attivi. I
quattro isoflavoni in forma attiva che entrano
nella circolazione ematica sono la genisteina,
la daidzeina, la formononetina e la
biocanina-A. La presenza di due anelli aromatici
nella struttura conferisce a questi
composti la capacità di interagire con i recettori
degli estrogeni, seppure con potenza
estremamente ridotta, e ne legittima la
denominazione di fitoestrogeni. Questi
composti posseggono la stessa affinità recettoriale
degli estrogeni endogeni ed una
potenza di attivazione che nei confronti
dell’estradiolo è compresa tra l’1% della genisteina
e 0,1% della formononetina.
Questa ridotta capacità di stimolo conferisce
agli isoflavoni della soia un’azione dualista
cioè la possibilità di potenziare l’effetto
biologico degli estrogeni endogeni quando
il loro livello risulta basso e di deprimerlo
quando risulta elevato.
La capacità di deprimere l’iperstimolazione
estrogenica svolge un ruolo cruciale nella
prevenzione dei tumori della mammella
e dell’utero perché riduce il rischio d’innesco
di una divisione cellulare incontrollata
che questa situazione ormonale squilibrata
può provocare. Sotto questo aspetto la
genisteina risulta la più efficace come dimostra
la forte inibizione, sperimentalmente
evidenziata, dell’ enzima tirosina
chinasi, che è responsabile dello stimolo
proliferativo, e dell’angiogenesi che assicura
la vascolarizzazione dei tumori.
La ricerca preclinica in vivo e la ricerca clinica
controllata hanno evidenziato che gli isoflavoni
e soprattutto la genisteina rallentano
la perdita di calcio dalle ossa che si verifica in
menopausa per la caduta degli estrogeni endogeni
e che tale effetto è mediato dalla loro
interazione con i recettori che sono particolarmente
rappresentati in questi tessuti.
Poiché la cute è un organo-bersaglio elettivo
degli estrogeni endogeni gli isoflavoni
della soia contribuiscono a rallentare i fenomeni
distrofici che si manifestano nella
donna in menopausa per la caduta di questi
ormoni.
Le indagini epidemiologiche confermano
l’efficacia degli isoflavoni della soia nella riduzione
dei disturbi del climaterio e della
menopausa, nella prevenzione dei tumori
della mammella e dell’utero e nel rallentamento
dello sviluppo osteoporotico. Infatti
da queste indagini è emerso che delle
donne asiatiche in menopausa solo il 20%
soffre di vampate di calore contro il 70% di
quelle occidentali, inoltre il rischio di sviluppare
tumori della mammella e dell’utero
nelle donne asiatiche è da 5 ad 8 volte inferiore
rispetto a quelle occidentali, lo
stesso dicasi per le fratture ossee.
Poiché la soia ed i suoi derivati non fanno
parte della nostra alimentazione quotidiana,
per assumere una quantità adeguata di
isoflavoni che ne garantisca gli effetti terapeutici
si deve fare ricorso agli estratti della
soia standardizzati in isoflavoni e saponine.
Il dosaggio consigliato a scopo preventivo è
di 50mg/die di isoflavoni e a scopo terapeutico
è di 100mg/die, a questi dosaggi la
vasta letteratura qualificata non segnala effetti
tossici.
Si tratta a tutti gli effetti d’interessanti piante
medicinali, sperando che in futuro gli
studi su questo tema aumentino sia nel
campo della farmacologia tradizionale sia
nel campo dell’omeopatia [di cui è nota
l’assenza di effetti indesiderati parimenti a
una forte attività terapeutica: Prof. Salvatore
Bardaro], affinché si abbia una visione
più ampia e dettagliata riguardo l’impiego
di tali piante facendo luce sui loro effetti
collaterali.
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