MTM n°24
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 8 - Numero 3 - ott/dic 2009
Medicina non convenzionale
 


Vincenzo Aloisantoni
Prof. Vincenzo Aloisantoni
Dottore in odontoiatria e in biologia molecolare e biochimica, ricercatore e docente universitario



Ugo Cavicchia
Prof. Ugo Cavicchia


Noemi Gugliotti
Dott.ssa Noemi Gugliotti

Anno 8 - Numero 3
ott/dic 2009

 

In questo breve relazionale sono esaminate in forma necessariamente molto sintetica le modalità di azione e le conseguenti attività terapeutiche di alcune piante che trovano largo impiego nei disturbi del climaterio e della menopausa




I fitoestrogeni nella menopausa
La menopausa è un periodo della vita della donna che va vissuto con serenità e ottimismo. Le piante e in particolare i composti ad azione fitoestrogenica presenti in esse possono aiutare la donna a ritrovare il proprio equilibrio psicofisico in questo fisiologico periodo della vita

del Prof. Vincenzo Aloisantoni, Prof. Ugo Cavicchia e della Dott.ssa Noemi Gugliotti

AgnocastanoIL CLIMATERIO RAPPRESENTA UNA FASE di transizione della vita femminile in cui la capacità riproduttiva diminuisce progressivamente fino a scomparire.
Alcune donne mostrano in questo periodo alterazioni dell’equilibrio psico-emotivo e neurovegetativo che si traducono in affaticabilità, irritabilità, cefalea, vampate di calore e nelle note manifestazioni a carico dei diversi apparati dell’organismo.
Per anni i dati della letteratura sono stati concordi nel ritenere la terapia estrogenica “sostitutiva” come quella da consigliare alla maggioranza delle donne in menopausa nonostante i risaputi effetti collaterali. Attualmente studi effettuati sui poteri fitoestrogenici di alcune piante dimostrano come la natura stessa possa avvicendare la terapia estro-progestinica sostitutiva.
Fra le piante che possiedono un’azione fitoestrogenica si annovera l’Agnocasto [Vitex agnus-castus], la parte della pianta utilizzata come droga [frutti] contiene olio etereo, alcaloidi, flavonoidi e iridoidi. La sperimentazione preclinica in vitro e in vivo ha evidenziato che la droga incrementa la secrezione di LH e deprime quella della PRL [prolattina], ma non è stata in grado di individuare i principi che si rendono responsabili di questi effetti. Mentre la ridotta secrezione di PRL può essere razionalmente ricondotta alla minore attività estrogenica derivante dall’incremento di LH, le modalità di questo incremento restano ancora del tutto sconosciute. La sperimentazione preclinica in vivo ha evidenziato che la maggiore attività progestinica promossa dall’incremento di LH può migliorare il trofismo osseo, ma a dosi elevate non compatibili con l’impiego clinico.
Il meccanismo d’azione giustifica l’utilizzo dell’agnocasto, oltre che nelle iperprolattinemie e nelle sindromi premestruali, anche nell’iperestrinismo che si accompagna alla premenopausa e costituisce un importante fattore di rischio carcinogenetico.
La vasta letteratura qualificata, mentre conferma l’efficacia della droga in queste indicazioni, non segnala effetti tossici nella terapia a breve e lungo termine alle dosi consigliate [40 mg/die].
Per le sue caratteristiche l’Agnocasto è stato registrato come specialità medicinale in Germania.
Altra alternativa naturale agli estrogeni è costituita dalla Cimicifuga [Actaea racemosa], la parte della pianta utilizzata come droga [rizoma] contiene glicosidi triterpenici, alcaloidi, isoflavoni [formononetina], tannini ed acido salicilico. La sperimentazione preclinica in vitro ed in vivo ha evidenziato che la droga deprime la sintesi di LH, ma non è stata in grado di individuare i principi attivi responsabili di questo effetto né le modalità con le quali si realizza. A tal proposito è stato ipotizzato che la cimicifuga provocherebbe una depressione del tono noradrenergico ipotalamico, che a sua volta si renderebbe responsabile di un minore rilascio di LHRH e quindi di una ridotta sintesi di LH.
La diminuzione della sintesi di LH e la conseguente maggiore attività estrogenica giustifica l’impiego della cimicifuga nel controllo delle turbe del climaterio, la durata della terapia e le controindicazioni.
Numerose indagini cliniche controllate hanno evidenziato che la Cimicifuga riduce in modo significativo le vampate di calore e le sudorazioni che, com’è noto, sono correlate ai picchi secretivi di LH, le turbe neurovegetative e la secchezza vaginale con le relative manifestazioni associate. La maggiore attività estrogenica preclude l’impiego della droga nelle sindromi climateriche accompagnate da iperestrinismo e ne limita la durata di impiego per evitarne l’insorgenza.
La vasta letteratura non segnala effetti tossici riconducibili alla droga con le dosi raccomandate [40mg/die] e per una durata del trattamento non superiore ai 6 mesi.
Decisamente la pianta più conosciuta per le proprietà fitoestrogeniche è la Soia [Glycine max], che costituisce l’alimento base delle popolazioni asiatiche. Essa contiene nei semi proteine, lipidi, glucidi, vitamine, minerali, saponine ed isoflavoni che ne sono i principi farmacologicamente attivi. I quattro isoflavoni in forma attiva che entrano nella circolazione ematica sono la genisteina, la daidzeina, la formononetina e la biocanina-A. La presenza di due anelli aromatici nella struttura conferisce a questi composti la capacità di interagire con i recettori degli estrogeni, seppure con potenza estremamente ridotta, e ne legittima la denominazione di fitoestrogeni. Questi composti posseggono la stessa affinità recettoriale degli estrogeni endogeni ed una potenza di attivazione che nei confronti dell’estradiolo è compresa tra l’1% della genisteina e 0,1% della formononetina.
CimifugaQuesta ridotta capacità di stimolo conferisce agli isoflavoni della soia un’azione dualista cioè la possibilità di potenziare l’effetto biologico degli estrogeni endogeni quando il loro livello risulta basso e di deprimerlo quando risulta elevato.
La capacità di deprimere l’iperstimolazione estrogenica svolge un ruolo cruciale nella prevenzione dei tumori della mammella e dell’utero perché riduce il rischio d’innesco di una divisione cellulare incontrollata che questa situazione ormonale squilibrata può provocare. Sotto questo aspetto la genisteina risulta la più efficace come dimostra la forte inibizione, sperimentalmente evidenziata, dell’ enzima tirosina chinasi, che è responsabile dello stimolo proliferativo, e dell’angiogenesi che assicura la vascolarizzazione dei tumori.
La ricerca preclinica in vivo e la ricerca clinica controllata hanno evidenziato che gli isoflavoni e soprattutto la genisteina rallentano la perdita di calcio dalle ossa che si verifica in menopausa per la caduta degli estrogeni endogeni e che tale effetto è mediato dalla loro interazione con i recettori che sono particolarmente rappresentati in questi tessuti.
Poiché la cute è un organo-bersaglio elettivo degli estrogeni endogeni gli isoflavoni della soia contribuiscono a rallentare i fenomeni distrofici che si manifestano nella donna in menopausa per la caduta di questi ormoni.
Le indagini epidemiologiche confermano l’efficacia degli isoflavoni della soia nella riduzione dei disturbi del climaterio e della menopausa, nella prevenzione dei tumori della mammella e dell’utero e nel rallentamento dello sviluppo osteoporotico. Infatti da queste indagini è emerso che delle donne asiatiche in menopausa solo il 20% soffre di vampate di calore contro il 70% di quelle occidentali, inoltre il rischio di sviluppare tumori della mammella e dell’utero nelle donne asiatiche è da 5 ad 8 volte inferiore rispetto a quelle occidentali, lo stesso dicasi per le fratture ossee.
Poiché la soia ed i suoi derivati non fanno parte della nostra alimentazione quotidiana, per assumere una quantità adeguata di isoflavoni che ne garantisca gli effetti terapeutici si deve fare ricorso agli estratti della soia standardizzati in isoflavoni e saponine.
Il dosaggio consigliato a scopo preventivo è di 50mg/die di isoflavoni e a scopo terapeutico è di 100mg/die, a questi dosaggi la vasta letteratura qualificata non segnala effetti tossici.
Si tratta a tutti gli effetti d’interessanti piante medicinali, sperando che in futuro gli studi su questo tema aumentino sia nel campo della farmacologia tradizionale sia nel campo dell’omeopatia [di cui è nota l’assenza di effetti indesiderati parimenti a una forte attività terapeutica: Prof. Salvatore Bardaro], affinché si abbia una visione più ampia e dettagliata riguardo l’impiego di tali piante facendo luce sui loro effetti collaterali.