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a cura di Romana Raimondo
CURARE LA SCHIZOFRENIA
PRIMA CHE SI MANIFESTINO
I SINTOMI
L’insorgenza della schizofrenia è
un evento imprevedibile. Per
questa come per altre malattie
psichiatriche è stata formulata
l’ipotesi secondo cui una predisposizione
genetica di base può
portare al manifestarsi della patologia
in particolari condizioni
ambientali.
Per ciò che riguarda il contributo
genetico, si sa ormai che sono
coinvolti 14 geni, mentre sul
fronte delle condizioni scatenanti
è noto che una di esse è
un’infezione nella fase fetale,
anche se la patologia si sviluppa
tipicamente a partire dalla seconda
decade. Tenuto conto di
queste conoscenze, Ina Weiner e
colleghi dell’Università di Tel
Aviv si sono messi alla ricerca di
possibili segni biologici in grado
di segnalare la progressione della
malattia prima che se ne manifestino
i sintomi. In particolare,
hanno utilizzato tecniche di
imaging cerebrale per evidenziare
qualunque tipo di cambiamento
nel cervello di animali di
laboratorio. Se l’insorgenza della
patologia è preceduta da progressivi
cambiamenti cerebrali, è
possibile che questi processi
possano essere prevenuti con un
intervento precoce. I ricercatori
hanno somministrato a femmine
di ratto gravide un agente virale
noto per la sua capacità di
indurre nella prole un disturbo
comportamentale con sintomi
simili a quelli della schizofrenia.
Questo metodo simula l’infezione
materna durante la gravidanza
riproducendone il rischio di
insorgenza di schizofrenia. Si è
così dimostrato che la progenie
di ratti appariva normale alla nascita
e fino all’adolescenza. Entrando
nell’età adulta, tuttavia,
gli animali cominciavano a manifestare
sintomi schizofrenicosimili.
Le scansioni cerebrali
hanno mostrato uno sviluppo
anomalo dei ventricoli laterali e
nell’ippocampo nei ratti “schizofrenici”:
questo tratto anatomico
ha permesso di individuare
i ratti a maggior rischio di sviluppare
la patologia. Questi stessi
individui sono poi stati trattati
con risperidone e clozapina,
due farmaci comuni nel trattamento
della schizofrenia, riuscendo
così a recuperare le dimensioni
cerebrali normali. I clinici
sospettavano da tempo che
queste due molecole potessero
prevenire l’insorgenza della schizofrenia,
ma questo è il primo
studio che riesce a dimostrarlo.
Da Biological Psychiatry
.
JAZZ, UN GENE ARTIFICIALE
CONTRO LA DISTROFIA
I livelli della proteina denominata
utrofina, un omologo funzionale
della distrofina, possono
essere aumentati efficacemente
nel muscolo distrofico grazie alla
somministrazione di “Jazz”,
una molecola sintetica sperimentata
su topi di laboratorio
dai ricercatori dell’Istituto di
biologia e patologia molecolari e
dell’Istituto di neurobiologia e
medicina molecolare del Consiglio
nazionale delle ricerche. La
distrofia muscolare di Duchenne
[DMD] è una patologia ereditaria
che colpisce circa uno su
3000 nuovi nati e porta alla progressiva
degenerazione del tessuto
muscolare, che a sua volta
determina la perdita irreversibile
delle capacità motorie e respiratorie.
A livello biochimico, la
malattia è determinata da un deficit
della proteina distrofina,
cruciale per garantire la stabilità
meccanica del muscolo durante
la contrazione. Allo stato attuale
delle conoscenze, la strategia
molecolare tesa ad aumentare i
livelli di utrofina è l’unica in grado
di contrastare la progressione
della malattia. Normalmente,
nel muscolo l’utrofina è molto
espressa al momento della nascita
ma poi si attenua con la crescita:
grazie al piccolo gene regolatore
sintetico “Jazz”, appropriatamente
inserito nel Dna
dei topi, si è ottenuto un aumento
del livello di utrofina che
si è rivelato utile a sostituire le
funzioni normalmente espletate
dall’enorme gene della distrofina.
“Jazz” è capace di riconoscere
specificamente il gene bersaglio
dell’utrofina nel tessuto muscolare
del topo malato, aumentandone
i livelli di espressione:
l’incremento dei livelli di utrofina
mediato da “Jazz” è terapeutico
nei topi distrofici e contrasta
efficacemente la perdita della
funzione muscolare.
Da Human Molecular Genetics
DALLA BIRRA IL SILICIO
CHE SALVA LE OSSA
«Chi beve birra campa 100 anni
»: così recitava uno spot pubblicitario
di qualche anno fa. Ora
un nuovo studio dell’Università
della California ha dimostrato
che qualcosa di vero nello slogan
c’era, almeno per quanto riguarda
la salute dello scheletro.
Sembra infatti che la bevanda
rappresenti una significativa
fonte di silicio, un ingrediente
cruciale per il mantenimento
della corretta densità minerale
delle ossa. La presenza di acido
ortosilicico [H4SiO4] biodisponibile
al 50 per cento, fa della birra
l’alimento della dieta occidentale
che fornisce all’organismo
il maggior contributo di silicio,
importante per la crescita e
lo sviluppo dell’osso e del tessuto
connettivo.
In questo studio, i ricercatori
hanno cercato tra le diverse tipologie
di birra quali fossero
quelle con un più alto tenore di
silicio. In particolare si è analizzato
in che modo la maltazione
dell’orzo, ovvero la germinazione
del seme indotta dalla reidratazione
artificiale, possa influire
sul contenuto di acido ortosilicico
del prodotto finale. Si è trovato
che i malti con il maggiore
contenuto di silicio sono quelli
di colore più tenue, cioè quelli
che hanno subito un minore
stress durante la lavorazione. I
prodotti più scuri, come le varietà
black malt,chocolate e roast
barley ne contengono meno,
per ragioni che rimangono ancora
sconosciute. La vera sorpresa
viene però dall’analisi del
luppolo che ha un contenuto di
silicio quasi quadruplo rispetto
al malto.
Da Journal of the Science
of Food and Agriculture
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