MTM n°25
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 9 - Numero 1 - gen/apr 2010
News - Ricerca Scientifica
 


Romana Raimondo
Romana Raimondo


Anno 9 - Numero 1
gen/apr 2010

 




News Ricerca Scientifica
a cura di Romana Raimondo

CURARE LA SCHIZOFRENIA PRIMA CHE SI MANIFESTINO I SINTOMI

L’insorgenza della schizofrenia è un evento imprevedibile. Per questa come per altre malattie psichiatriche è stata formulata l’ipotesi secondo cui una predisposizione genetica di base può portare al manifestarsi della patologia in particolari condizioni ambientali.
Per ciò che riguarda il contributo genetico, si sa ormai che sono coinvolti 14 geni, mentre sul fronte delle condizioni scatenanti è noto che una di esse è un’infezione nella fase fetale, anche se la patologia si sviluppa tipicamente a partire dalla seconda decade. Tenuto conto di queste conoscenze, Ina Weiner e colleghi dell’Università di Tel Aviv si sono messi alla ricerca di possibili segni biologici in grado di segnalare la progressione della malattia prima che se ne manifestino i sintomi. In particolare, hanno utilizzato tecniche di imaging cerebrale per evidenziare qualunque tipo di cambiamento nel cervello di animali di laboratorio. Se l’insorgenza della patologia è preceduta da progressivi cambiamenti cerebrali, è possibile che questi processi possano essere prevenuti con un intervento precoce. I ricercatori hanno somministrato a femmine di ratto gravide un agente virale noto per la sua capacità di indurre nella prole un disturbo comportamentale con sintomi simili a quelli della schizofrenia. Questo metodo simula l’infezione materna durante la gravidanza riproducendone il rischio di insorgenza di schizofrenia. Si è così dimostrato che la progenie di ratti appariva normale alla nascita e fino all’adolescenza. Entrando nell’età adulta, tuttavia, gli animali cominciavano a manifestare sintomi schizofrenicosimili. Le scansioni cerebrali hanno mostrato uno sviluppo anomalo dei ventricoli laterali e nell’ippocampo nei ratti “schizofrenici”: questo tratto anatomico ha permesso di individuare i ratti a maggior rischio di sviluppare la patologia. Questi stessi individui sono poi stati trattati con risperidone e clozapina, due farmaci comuni nel trattamento della schizofrenia, riuscendo così a recuperare le dimensioni cerebrali normali. I clinici sospettavano da tempo che queste due molecole potessero prevenire l’insorgenza della schizofrenia, ma questo è il primo studio che riesce a dimostrarlo.

Da Biological Psychiatry .


JAZZ, UN GENE ARTIFICIALE CONTRO LA DISTROFIA

I livelli della proteina denominata utrofina, un omologo funzionale della distrofina, possono essere aumentati efficacemente nel muscolo distrofico grazie alla somministrazione di “Jazz”, una molecola sintetica sperimentata su topi di laboratorio dai ricercatori dell’Istituto di biologia e patologia molecolari e dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche. La distrofia muscolare di Duchenne [DMD] è una patologia ereditaria che colpisce circa uno su 3000 nuovi nati e porta alla progressiva degenerazione del tessuto muscolare, che a sua volta determina la perdita irreversibile delle capacità motorie e respiratorie. A livello biochimico, la malattia è determinata da un deficit della proteina distrofina, cruciale per garantire la stabilità meccanica del muscolo durante la contrazione. Allo stato attuale delle conoscenze, la strategia molecolare tesa ad aumentare i livelli di utrofina è l’unica in grado di contrastare la progressione della malattia. Normalmente, nel muscolo l’utrofina è molto espressa al momento della nascita ma poi si attenua con la crescita: grazie al piccolo gene regolatore sintetico “Jazz”, appropriatamente inserito nel Dna dei topi, si è ottenuto un aumento del livello di utrofina che si è rivelato utile a sostituire le funzioni normalmente espletate dall’enorme gene della distrofina. “Jazz” è capace di riconoscere specificamente il gene bersaglio dell’utrofina nel tessuto muscolare del topo malato, aumentandone i livelli di espressione: l’incremento dei livelli di utrofina mediato da “Jazz” è terapeutico nei topi distrofici e contrasta efficacemente la perdita della funzione muscolare.

Da Human Molecular Genetics


DALLA BIRRA IL SILICIO CHE SALVA LE OSSA

«Chi beve birra campa 100 anni »: così recitava uno spot pubblicitario di qualche anno fa. Ora un nuovo studio dell’Università della California ha dimostrato che qualcosa di vero nello slogan c’era, almeno per quanto riguarda la salute dello scheletro. Sembra infatti che la bevanda rappresenti una significativa fonte di silicio, un ingrediente cruciale per il mantenimento della corretta densità minerale delle ossa. La presenza di acido ortosilicico [H4SiO4] biodisponibile al 50 per cento, fa della birra l’alimento della dieta occidentale che fornisce all’organismo il maggior contributo di silicio, importante per la crescita e lo sviluppo dell’osso e del tessuto connettivo.
In questo studio, i ricercatori hanno cercato tra le diverse tipologie di birra quali fossero quelle con un più alto tenore di silicio. In particolare si è analizzato in che modo la maltazione dell’orzo, ovvero la germinazione del seme indotta dalla reidratazione artificiale, possa influire sul contenuto di acido ortosilicico del prodotto finale. Si è trovato che i malti con il maggiore contenuto di silicio sono quelli di colore più tenue, cioè quelli che hanno subito un minore stress durante la lavorazione. I prodotti più scuri, come le varietà black malt,chocolate e roast barley ne contengono meno, per ragioni che rimangono ancora sconosciute. La vera sorpresa viene però dall’analisi del luppolo che ha un contenuto di silicio quasi quadruplo rispetto al malto.

Da Journal of the Science of Food and Agriculture