| CLAUDIO CASTELLINI
E LA SUA ARTE DEL FUMETTO
di Chiara Pileri
Un grafico di talento, un artista, un “operatore
dell’immaginario collettivo”, come
si autodefinisce. Forse un predestinato,
di sicuro un uomo che ha saputo e voluto trasformare
le proprie utopie e fantasie in progetti concreti, attraverso
tenacia, sacrifici e studio costanti.
Romano di nascita, classe 1966, è uno dei maestri del
fumetto contemporaneo dotato della sorprendente
capacità di realizzare veri e propri “film a fumetti” che
da sempre popolano la sua mente. Il curriculum professionale,
impressionante, racconta una storia e
un’evoluzione artistica che sembrano procedere a
balzi spazio-temporali, per importanza e qualità dei
lavori compiuti.
Debutta alla grande per Sergio Bonelli, istituzione e
vanto dell’italico fumetto, disegnando due storie (nel
1989 e nel 1990) sull’amatissimo indagatore dell’incubo,
Dylan Dog.
Sempre per la casa editrice dove è nato il Ranger per
eccellenza, Tex Willer, crea l’immagine grafica di un
altro eroe di carta dalle peculiarità molto umane:
Nathan Never, agente speciale in
un futuro fantascientifico che descrive
una società non troppo distante
dal nostro presente per caratteristiche
e problematiche. Di
questo mondo realizza anche l’iconografia
di base. Dopo un brillante
inizio italiano decide di cercare fortuna in America,
patria dei Super Eroi, influenzato da due autentici
mostri sacri statunitensi, John Buscema e Neal Adams,
dai quali “eredita” (forse per le misteriose affinità
elettive che si stabiliscono tra artisti) una cura maniacale
per il dinamismo anatomico. La matita magica che dà
vita ai suoi mondi gli permette di raggiungere un altro
traguardo storico del fumetto: è stato il primo disegnatore
italiano ad iniziare una collaborazione con la MARVEL e
con la DC COMICS (le majors storiche dei fumetti a
stelle e strisce), acquistando così grande popolarità
negli USA e disegnando le principali icone del fumetto,
da Spiderman a Superman, da Wolverine a Batman,
per proseguire con Conan, Fantastici 4, Silver Surfer e
molti altri. Sono veramente pochi i personaggi che
non sono stati immortalati almeno per una copertina.
Claudio Castellini: italiano per cittadinanza, cosmopolita
per livello artistico.
Come ti definiresti se ti chiedessi qual è la tua professione?
Operatore grafico dell’immaginario collettivo, dal lontano
1989.
Ti diverti a fare ciò che fai?
Penso di essere nato per questo lavoro, e fino ad ora
non ho avuto mai ripensamenti. Avendo delle doti
innate avrei potuto dedicarmi ad altre forme artistiche
contemporanee come la pittura o la scultura, ma ho
scelto quella che -insieme al cartone animato- unisce
al disegno la narrazione di una storia. Creare fumetti
è come raccontare e girare un film attraverso una serie
d’immagini. La pura illustrazione ad esempio propone
immagini significative ma statiche mentre fare fumetto
vuol dire dar vita ad un set, completo di personaggi,
luoghi e situazioni recitate. È un momento magico in
cui mi calo nei panni di attore, tecnico delle luci, scenografo,
e soprattutto di regista per imprimere attraverso
la scelta delle inquadrature il mio personale taglio e
ritmo narrativo.
Qual è secondo te la dote indispensabile che bisogna possedere
per fare questo tipo di lavoro?
Dando per scontata la dote naturale,
ovvero, quella predisposizione innata
che un qualsiasi artista deve
avere, io direi che è fondamentale
la passione e la dedizione per questo
lavoro ed occorre molta memoria visiva. Bisogna osservare il mondo sviluppando la capacità
di “guardare”con attenzione avendo una percezione
più profonda di ciò che ci sta davanti e apprezzandone
fotografia luci e colori, non semplicemente
“vedere” con superficialità. Camminando per strada,
mi lascio spesso catturare da alcuni dettagli, come la
piega di un vestito o un volto particolarmente caratteristico
e cerco di imprimere il tutto nella mia memoria
perchè può sempre tornarmi utile.
Artisti si nasce, ma non esiste a mio parere un artista
puro, incontaminato da qualsiasi influenza esterna,
significherebbe non aver mai “guardato”. Anche in
maniera inconsapevole attinge sempre ad un bagaglio
visivo che ha immagazzinato nel corso della sua vita.
Per questo prendere come modello un maestro può
essere utile se non inevitabile agli inizi, permette di
avere un imprinting di base che serve da punto di
partenza e di riferimento per il proprio percorso
artistico. A questo è però importante associare uno
studio oggettivo della materia. Mi spiego meglio. Prendiamo
ad esempio l’anatomia. Se ci si limita a seguire
lo stile del disegnatore preferito si parte dalle conclusioni
di un altra mente artistica, dal suo studio soggettivo,
ma non si arriva alle proprie soluzioni grafiche, mentre
la via più costruttiva è quella di trarre ispirazione e
spunto dalla sua lezione per poi maturare una visione
personale. Ragione per cui, ad un certo punto della
mia crescita professionale mi sono messo in discussione
e pur essendo già capace di disegnare l’anatomia
umana per istinto e per diretta assimilazione del mio
modello e mentore John Buscema ho ripreso a studiarla
su libri accademici per avere una maggiore conoscenza
scientifica e oggettiva. Da allora il mio stile è diventato
sempre più personale ed ho sviluppato la “mia” interpretazione
grafica della realtà.
Prendendo in considerazione il momento di crisi che ha investito
tutte le professioni, nessuna esclusa, quali consigli
daresti ad un ragazzo che sta per intraprendere la tua
stessa carriera?
Sicuramente non stiamo vivendo un buon momento
per il mercato dei fumetti; l’intrattenimento digitale si
sta sostituendo all’esercizio della lettura, e le nuove
generazioni stanno perdendo il gusto del cartaceo.
Per riguadagnare l’interesse del lettore d’oggi, attento
ed esigente, occorre garantire un prodotto competitivo
per qualità ed attualità, perciò è indispensabile una
forte preparazione tecnica e capacità artistica. Il mio
consiglio è quindi, in termini di penetrazione nel
settore, specializzarsi in un compito ben preciso, come
può essere quello del matitista o
dell’inchiostratore. Beninteso che
se si hanno le capacità per fare entrambe
le cose allo steso livello
qualitativo molto meglio, ma dovendo
ottimizzare i tempi alla ricerca
del lavoro è molto più saggio
concentrarsi su un ruolo e mirare ad essere altamente
professionali che non disperdere energie nel cercare
di fare tutto senza eccellere in niente, qualora ci fosse
questo rischio. Le case editrici americane in questo
senso insegnano: la figura del matitista è nettamente
separata dalla figura dell’inchiostratore. Questo permette
a molti artisti che nascono come rifinitori di svolgere
il ruolo d’inchiostratore pur non essendo dei formidabili
disegnatori. Lo stesso vale invertendo le figure.
Quali sono i pro e i contro che questo tipo di lavoro ti riserva?
Amando così tanto la mia professione riesco a pensare
solo alle soddisfazioni che mi ha regalato. Sicuramente
bisogna essere preparati a sostenere un ritmo di lavoro
molto impegnativo e che richiede una profonda immersione
in quello che si fa, a volte la concentrazione
è tale che fatico a “tornare alla realtà”. Inoltre, come
ogni libera professione del resto, il calendario è un
opinione e bisogna essere pronti a sacrificare giorni
festivi e anche nottate in caso di scadenze urgenti. Il
contro è quindi il rischio che un’attività senza limiti e
senza orari come questa ti assorba “la vita”e ti impedisca
di avere rapporti sociali normali e soddisfacenti ma
col tempo ho imparato a dominare il mio lavoro piuttosto
che esserne schiavo. I pro sono le grandi emozioni
che si ricavano dall’esprimere la propria fantasia e
creatività e dal modellare e alimentare
l’immaginario collettivo traendo
poi forza e a mia volta“nutrimento”
dal feedback emozionale
delle persone che mi apprezzano
e mi seguono da anni, una sorta di
scambio di energie. Presto o tardi ogni artista si ritroverebbe vuoto senza il suo pubblico.
Qual è stato il primo personaggio che hai disegnato?
Quando vidi per la prima volta i super eroi americani
mi colpì Silver Surfer, personaggio affidato alla matita
di John Buscema, uno dei più grandi autori di fumetti
statunitense e da subito lo elessi a modello. C'è un
episodio che amo raccontare di quando Buscema
venne a Prato, in occasione di una mostra di fumetti.
Il piacere di conoscerlo di persona era enorme, mi sarebbe
bastato dirgli solo «grazie per avermi dato l'ispirazione
giusta» ma accadde quello che avevo sperato.
Vide i miei fumetti e rimase talmente colpito che disse
«tu devi lavorare per l’America», e di sua spontanea
volontà si offrì di portare in visione alla MARVEL COMICS
i miei disegni. Tom DeFalco, l’editor in chief della più
famosa casa editrice mondiale, mi contattò pochi
giorni dopo dicendomi qualcosa come «la MARVEL
vuole te, scegli il personaggio che preferisci». Mi
avevano dato addirittura carta bianca e così scelsi
proprio Silver Surfer, il personaggio che, disegnato da
John, aveva fatto nascere in me la passione per i
fumetti. Il cerchio in questo modo si chiudeva. Per disegnare
46 pagine della graphic novel dedicata a Silver
Surfer -“Dangerous artifacts”- impiegai quasi un anno
e mezzo! Posso definire questo primo lavoro come la
mia opera omnia, premiata con lo “Yellow Kid”, ovvero
l’oscar del fumetto italiano, nel 1995.
È cambiato il tuo gusto grafico dal momento dell’esordio
ad oggi?
Certo, è inevitabile. Questa evoluzione, o processo di
maturazione artistica non finisce mai, o almeno si
spera sempre di migliorare e plasmare il proprio stile secondo nuove idee e suggestioni in base anche alle
esperienze di vita ed ai gusti che cambiano con gli
anni. Quando ero più giovane avevo un desiderio irrefrenabile
di dimostrare al mondo tutto quello che
sapevo fare e questo è facilmente riscontrabile in
“Dangerous Artifacts” dove la ricerca del particolare è
maniacale e l’opera risulta di una complessità difficilmente
godibile in rapporto al formato di stampa (le
tavole originali, enormi, hanno tutto un altro impatto).
Per me fu come una sorta di liberazione stilistica ed
espressiva dagli schemi italiani nei quali mi sentivo
incatenato. Crescendo ho capito che proseguire con
una linea grafica di questo genere poteva essere controproducente,
sia perché necessitava di lunghissimi
tempi di lavorazione, artisticamente produttivi ma lavorativamente
sconvenienti e sia perché mi sono reso
conto che per quanto sia giusto esprimersi in maniera
libera, bisogna comunque trovare il compromesso nel
conformarsi alla sceneggiatura, mettersi al servizio
del racconto. La grafica non deve sempre e comunque
venir fuori con prepotenza, altrimenti si rischia di
nuocere alla storia se questa si indirizza verso tematiche
più introspettive. In una parola sono diventato col
tempo più interprete. Nei miei fumetti comunque, se
questo non contraddice la sceneggiatura, continuo a
privilegiare una regia dinamica che utilizza audaci
angoli prospettici per dare ritmo alle scene. Creo il
movimento, esasperando l’anatomia dei personaggi e
la mimica delle loro posture. Concepisco il fumetto
come un film, una pellicola dalla quale vanno estrapolati
i fotogrammi migliori, le immagini più rappresentative
ed evocative, quelle che da sole raccontano senza bisogno
del supporto dei dialoghi.
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